Venerdì, 01 giugno 2018

Sala San Francesco

Chiostro Basilica San Giuseppe da Copertino in Osimo

la prossimità: voce dell’anima: in Papa Francesco

Relatore: prof. Giancarlo Galeazzi

Moderatore: P. Giancarlo Corsini

 

Di seguito il testo della relazione ripreso dal sito dell’Arcidiocesi di Ancona-Osimo

La prossimità in Papa Francesco

Sull’idea di “prossimità”, anzi sull’invito a “farsi prossimo” che è centrale nel Vangelo, Bergoglio non si stanca di insistere. Tanto per esemplificare, possiamo ricordare che, da vescovo, in una omelia del 2011, ha detto: “Come possiamo favorire che si manifesti sempre di più la dignità umana tante volte ferita, sminuita, schiavizzata? La chiave è la prossimità. La prossimità è l’ambito necessario perché si possa annunciare la Parola, la giustizia, l’amore”; e da papa, poi, in un discorso del 2013 a Lampedusa, ha detto: che la prossimità è tratto distintivo di una Chiesa “che si offre a tutti come una madre che esce all’incontro” e quindi la prossimità non è una prestazione della Chiesa, è invece “criterio evangelico concreto”, è una sua esigenza vitale, che non si identifica con la filantropia né con l’assistenzialismo né con la generosità. Così la Chiesa non pone l’accento sul proprio portare ma è chiamata ad andare e toccare e curare le piaghe dei poveri perché nel piegarsi, nel chinarsi sul povero riceve la Grazia che la fa vivere: infatti, “quando si tocca la carne di Cristo sofferente può accadere che si sprigioni nei nostri cuori la speranza. È lì che possiamo ricevere la Grazia”. Più recentemente, in un discorso del 2017 alla Pontificia Accademia della Vita sulle questioni di fine vita, ha raccomandato di “tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella parabola evangelica del Samaritano”.

La parabola evangelica del buon samaritano (cui papa Francesco non si stanza di richiamare)  esemplifica la condizione umana: ognuno può trovarsi nelle condizioni dell’ebreo malridotto sul ciglio della strada ovvero del samaritano che si ferma per raccoglierlo. Ecco, l’autentica prossimità è quella che va oltre le appartenenze confessionali e i formalismi religiosi, per connotarsi come atteggiamento che può essere esercitato da tutti e può essere rivolto a tutti. La prossimità si configura, quindi, come un atteggiamento a carattere non confessionale, bensì universale, che pone in primo piano il fare come risposta non strumentale, bensì esistenziale e vitale. Pertanto, questa parabola segnala una svolta fondamentale nell’antropologia e nell’etica, in quanto porta ad una vera e propria rivoluzione antropologica ed etica, e comporta un cambiamento di paradigma; infatti si passa da “chi è il prossimo” a “chi agisce da prossimo”. Ed è un cambiamento all’insegna della “operosità”, per cui non interessa una definizione oggettiva di prossimo, ma comportamenti soggettivi da prossimo”, e questo concretamente significa curare, aver cura, prendersi cura. Dunque, la prossimità è un darsi da fare che non si perde in una risposta concettuale all’interrogativo “chi è il mio prossimo?”, ma impegna a comportarsi concretamente come prossimo, per cui alla domanda si risponde operativamente: “prossimo è chi agisce da prossimo”, e tutti sono chiamati a sentirsi “prossimo” e a comportarsi conseguentemente, cioè in modo fraterno e solidale.  Dunque, una parabola privilegiata da papa Francesco è quella del “buon samaritano”, dove il soggetto “misericordiato” (il neologismo è di papa Francesco) è un estraneo, addirittura un nemico, per cui il farsi prossimo è ciò che rende l’uomo veramente uomo, veramente umano. Un’altra parabola su cui papa Francesco torna spesso è quella del “figlio ritrovato” o del “padre misericordioso”. Al riguardo, nel suo libro-intervista più recente, intitolato Dio è giovane, papa Francesco al suo intervistatore -che notava ”Lei parla molto spesso di misericordia”- dice: “E’ uno degli aspetti di cui amo più parlare, perché è il messaggio probabilmente più forte del Signore”, e aggiunge che “la parabola del figlio ritrovato (Lc 15, 11-24) è molto conosciuta, ma è sempre utile rileggerla” (p. 97). Nella stessa intervista, più avanti (p. 108) papa Francesco giunge a dire: “dobbiamo imparare a vedere il perdono anche come un atto di sano egoismo, non solo di altruismo. E’ anche un atto di sano egoismo perché si desidera essere autentici per se stessi, spesso più che per gli altri”.

     Una nuova mentalità relazionale

Dunque, non è casuale il fatto che tra le parole più frequenti del lessico di Bergoglio (cardinale e papa) è “cercanía”, cioè prossimità, vicinanza, e tutto il magistero bergogliano è un continuo invito a vivere la prossimità come esercizio di misericordia e di perdono, di cura e di premura. Il che reclama un rinnovamento relazionale animato da una nuova mentalità, per la cui costruzione papa Francesco non si stanca di dare concrete indicazioni.

Tra l’altro papa Francesco valorizza alcuni aspetti ritenuti in genere secondari, ma che tali non sono. Mostra che le “virtù deboli” non sono per i deboli, a partire dalla tenerezza (“rivoluzione della tenerezza” è stata definita l’impostazione di papa Francesco) per proseguire con la mitezza, la gentilezza, la cortesia e altre simili, che non sono da considerare semplicemente come “buone maniere” (più o meno borghesi), ma propriamente come “maniere buone”, cioè “piccole virtù” della quotidianità che rendono il farsi prossimo qualcosa di “abituale”, nel senso che Aristotele attribuiva alla pratica delle virtù, per cui l’uomo virtuoso è tale non per aver compiuto un’azione virtuosa (“una rondine non fa primavera”, diceva Aristotele), ma per aver fatto delle virtù uno stile di vita, un costume, un abito (una “seconda natura”, diceva Aristotele). Di queste virtù deboli papa Francesco esplicita la portata civile (oltre che religiosa) di alcuni principi come quelli di “misericordia” e di “perdono”; chiarisce che quelle virtù non sono in contrasto con l’esigenza di verità e di giustizia, ma le porta a compimento.

Ancora, un altro ambito per comprendere la prossimità secondo papa Francesco si può ritracciare nella riflessione sui cinque organi di senso, intesi non solo in senso fisico, ma anche metaforico, che uniscono questi diversi momenti, vale a dire la capacità della vista, dell’udito, del gusto, dell’olfatto e del tatto che possiamo specificare nel modo seguente, e dire che sono altrettanti modi prossimità: lo sguardo (che non è semplicemente vedere, ma propriamente guardare con benevolenza), l’ascolto (che non è semplicemente udire, ma propriamente ascoltare nel duplice significato di mettersi in ascolto e all’ascolto): il profumo (che non è semplicemente odorare, ma propriamente identificare), il sapore (che non è semplicemente sentire, ma propriamente gustare, assaporare) e la carezza (che non è semplicemente un gesto, ma propriamente una delicatezza). Di questi sensi papa Francesco parla come espressioni significative di prossimità che Marcello Semeraro ha recentemente sintetizzato per l’agenzia SIR (13/3/2018), parlando di vista come modo di guardare al mondo, come sguardo che apre alle periferie; di udito come ascolto che apre alla sinodalità (di “apostolato dell’orecchio” parla Francesco nel libro-intervista Il nome di Dio è Misericordia, p.32); di gusto come “virtù pellegrina” perché è un dono che cammina quale gioia della evangelizzazione; di odorato come odore, profumo che accomuna popolo e pastori nel sensus fidei; di tatto come contatto con il corpo di Cristo, con quelli che sono la carne di Cristo, un tatto rispettoso e amoroso, come deve essere la “carezza della carità”). Insomma, per dirla con papa Francesco, “dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a …”.

Potremmo anche fare riferimento alla prossimità, che si traduce nell’esercizio delle “opere di misericordia” corporale e spirituale, ispirate alle “beatitudini evangeliche”. Così (con riferimento alle opere di misericordia corporale) occorre farsi prossimo agli affamati, dando loro da mangiare; farsi prossimo agli assetati dando loro da bere; farsi prossimo agli ignudi, dando loro da vestirsi; farsi prossino ai pellegrini, dando loro da alloggiare; farsi prossimo agli ammalati, dando loro conforto; farsi prossimo ai carcerati, dando loro compagnia; farsi prossimo ai morti, dando loro sepoltura. Così (con riferimento alle opere di misericordia spirituale) occorre farsi prossimo ai dubbiosi, dando loro consigli; farsi prossimo agli ignoranti, dando loro degli insegnamenti; farsi prossimo ai peccatori, dando loro ammonimenti; farsi prossimo agli afflitti, dando loro consolazione; farsi prossimo agli offensivi, dando loro perdono; farsi prossimo ai molesti, dando loro sopportazione. Volutamente abbiamo costantemente ripetuto l’espressione “dando loro”, per evidenziare che il senso del “farsi prossimo” prima ancora che nel contenuto dell’aiuto sta nell’atteggiamento del “dare”, inteso come “donare”, ed è sempre un donare se stessi pur nel variare delle opere.

     Per una cultura della prossimità

Per questo abbiamo definito la prossimità “voce dell’anima”: prima ancora che atto verso l’altro, è esigenza della persona in sé, che in quell’atto dà voce alla sua più autentica specificità. Questa viene identificata da papa Francesco con la “vera cultura” (p. 113), precisando che essa ha “tre linguaggi”: quello della testa, quello del cuore e quello delle mani. Ed “è molto urgente -sostiene papa Francesco- che l’educazione, e chi di educazione si occupa, riesca a mettere in gioco e ad armonizzare tutti e tre questi linguaggi”. E’ da sottolineare il verbo “armonizzare”, perché in esso si esprime la natura dell’anima, la quale non deve essere né afasica né confusa, bensì capace di connessione armonica. Il che -sia detto en passant–  richiede una giusta dose di “ambizione”. Secondo papa Francesco (nella citata intervista a pp. 117-118), “Di sicuro la mancanza totale di ambizione è un difetto. L’importante è che l’ambizione non diventi un modo per calpestare gli altri pur di andare avanti e continuare la scalata. Gli arrampicatori sono dei pessimi individui perché tendono a produrre -con grande facilità- incultura, una cultura cattiva. Sento invece di appoggiare un’ambizione bene amalgamata con il rispetto del prossimo, e soprattutto per i più deboli”.

Vorrei aggiungere che papa Francesco porta attenzione alla prossimità sia nella sua accezione individuale che in quella sociale. Entrambi questi significati sono esemplificati con la parabola del buon samaritano, il quale si prende personalmente cura dell’uomo sul ciglio della strada e poi lo affida a una struttura che lo cura; non solo: nella lettura suggerita da papa Bergoglio c’è anche un ulteriore compito -quello della politica- per evitare episodi come quello accaduto al malcapitato soccorso dal samaritano; infatti, la “cura”, che contraddistingue l’esercizio della prossimità, non comporta solo il curare, ma anche il prevenire: per quanto non si possano eliminare situazioni negative, si può tuttavia cercare di contenerle. In altro contesto, papa Francesco torna a insistere sull’idea di una prossimità che non solo è cura, ma anche prevenzione; così in Amoris laetitia afferma (al n. 307) che fondamentale è “lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture”, che tuttavia, una volta che accadono, vanno affrontate con spirito di prossimità, che richiede una pastorale dei fallimenti, una inedita pastorale all’insegna di quattro verbi-chiave: “accogliere, accompagnare, discernere e integrare”.

Questa complessità della prossimità si rivela anche nel fatto che il “farsi prossimo” non ha solo un carattere straordinario, come nel caso occorso al buon samaritano, ma ha anche un carattere ordinario, quando si concretizza in piccoli gesti che pure sono di grande significato. Si può pertanto ravvisare in papa Francesco una teologia della prossimità, abbozzata nella Evangelii gaudium, e rafforzata nella Laudato si’ per un verso e nella Amoris laetitia per l’altro.

     “Farsi prossimo” nella famiglia

Nel capitolo VII della esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia, papa Francesco scrive al n. 276: “La famiglia è l’ambito della socializzazione primaria, perché è il primo luogo in cui si impara a collocarsi di fronte all’altro, ad ascoltare, a condividere, a sopportare, a rispettare, ad aiutare, a convivere. Il compito educativo deve suscitare il sentimento del mondo e della società come “ambiente familiare”, è un’educazione al saper “abitare”, oltre i limiti della propria casa. Nel contesto familiare si insegna a recuperare la prossimità, il prendersi cura, il saluto. Lì si rompe il primo cerchio del mortale egoismo per riconoscere che viviamo insieme ad altri, con altri, che sono degni della nostra attenzione, della nostra gentilezza, del nostro affetto. Non c’è legame sociale senza questa prima dimensione quotidiana, quasi microscopica: lo stare insieme nella prossimità, incrociandoci in diversi momenti della giornata, preoccupandoci di quello che interessa tutti, soccorrendoci a vicenda nelle piccole cose quotidiane. La famiglia deve inventare ogni giorno nuovi modi di promuovere il riconoscimento reciproco”. Quindi con ragione il card. Kevin Joseph Farrell, prefetto del dicastero per i laici, la famiglia e la vita, ha sottolineato all’agenzia SIR il 25/3/2017 che “la ‘rivoluzione’ chiesta da Papa Francesco è quella della “prossimità” alle situazioni concrete delle famiglie, con le loro gioie ma anche con le loro difficoltà e fragilità, che vanno valutate caso per caso” e nella consapevolezza che l’autentico amore umano e cristiano costituisce l’unica forza capace di salvare il matrimonio e la famiglia. Ed è questa la sfida che viene da Amoris laetitia, per cui è il capitolo IV a essere centrale, e ad esso vanno rapportati gli altri capitoli, in particolare quelli relativi alla pastorale delle famiglie in difficoltà o divise.

Pertanto, la prima prossimità da coltivare è quella relativa ai coniugi e papa Francesco, collegandosi al passo di san Paolo (1 Cor. 13,4-7), afferma che vi riscontriamo alcune caratteristiche del “vero amore” che sono: pazienza, non aggressività; benevolenza, non calcolo; apprezzamento, non invidia; umiltà, non arroganza; amabilità, non scortesia; generosità, non egoismo; calma, non irritazione; perdono, non rancore; condivisione, non competizione; delicatezza non condanna; fiducia, non controllo; speranza, non perfettismo; resistenza, non intolleranza; dialogo, non mutismo né chiacchiera.

     Prossimità tra le generazioni

Sul rapporto tra le generazioni papa Francesco insiste anche in una recente conversazione con Thomas Leoncini intitolata Dio è giovane, dove in particolare in una pagina di grande efficacia auspica “il dialogo dei giovani con gli anziani: un’interazione tra vecchi e giovani, scavalcando anche, provvisoriamente, gli adulti. Giovani e anziani devono parlarsi e devono farlo sempre più spesso: questo è molto urgente! E devono essere i vecchi tanto quanto i giovani a prendere l’iniziativa” (p. 31), perché “questa società scarta gli uni e gli altri, scarta i giovani così come scarta i vecchi. Eppure la salvezza dei vecchi è dare ai giovani la memoria, questo fa dei vecchi degli autentici sognatori di futuro; mentre la salvezza dei giovani è prendere questi insegnamenti, questi sogni, e portarli avanti nella profezia. Affinché i nostri giovani abbiano visioni, siano essi stessi sognatori, possano affrontare con audacia e coraggio i tempi futuri, è necessario che ascoltino i sogni profetici dei loro antenati. Vecchi sognatori e giovani profeti sono la strada di salvezza della nostra società sradicata: due generazioni di scartati possono salvare tutti”.

Aggiunge papa Francesco che “tra gli adulti … della generazione di mezzo e i giovani vedo sempre moltissima competizione, che parte dagli adulti verso i giovani, e addirittura verso i giovanissimi. Si può in molti casi parlare perfino di rivalità” (p: 32). C’è invece bisogno di far sentire i giovani quotidianamente scartati d’essere al centro del progetto “facendoli diventare i protagonisti, o meglio lasciandoli diventare i protagonisti” (p. 27). A tal fine è necessario il dialogo, ma -puntualizza papa Francesco- “se vogliamo dialogare con un giovane dobbiamo essere mobili, e allora sarà lui a rallentare per ascoltarci, sarà lui a decidere di farlo. E quando rallenterà comincerà un altro movimento: un moto in cui il giovane comincerà a stare al passo più lentamente per farsi ascoltare e gli anziani accelereranno per trovare un punto d’incontro. Si sforzano entrambi: i giovani ad andare più piano e i vecchi ad andare più veloci” (pp. 27-28). In una tale impostazione si rende evidente come il farsi prossimo riguardi anche il rapporto di una generazione con un’altra, tanto più necessario nel momento in cui viene denunciato da più parti che “si è rotto il patto tra le generazioni” (Francesco Stoppa) e lo scollamento intergenerazionale impoverisce tutti e tutti hanno bisogno di tornare a collegarsi. di sentirsi prossimo a qualcuno e di farsi prossimo a qualcuno.

Per favorire corretti rapporti interpersonali e intergenerazionali, papa Francesco addita alcuni comportamenti (suggeriti per la vita familiare, ma estensibili più in generale alle relazioni interpersonali) e precisamente il chiedere “permesso, grazie, scusa”: piccoli gesti di grande significato che sono forme o premesse di un delicato “farsi prossimo”.

     Prossimità e Dottrina sociale di papa Francesco

Papa Francesco con la sua reiterata e multiforme idea di prossimità rinnova anche la Dottrina sociale della Chiesa. Si potrebbero qui citare i “discorsi ai movimenti popolari” in tre incontri mondiali tenutisi nel 2014, nel 2015 e nel 2016 nei quali il papa ha rivendicato come “diritti sacri” la terra, la casa e il lavoro (le tre T di Tierra, Techo, Trabajo) per tutti. Nel primo discorso ha incoraggiato le “esperienze di solidarietà che crescono dal basso” (p. 30) e sono promosse dai movimenti popolari e magari da questi stessi sono più coordinate, esprimendo “la necessità urgente di rivitalizzare le nostre democrazie” (p.32). Nel successivo discorso papa Francesco si è così espresso: “Vedo con gioia che lavorate nella dimensione di prossimità, prendendovi cura dei germogli; ma, allo stesso tempo, con una prospettiva più ampia, proteggendo il bosco: lavorate in una prospettiva che non affronta solo la realtà settoriale che ciascuno di voi rappresenta e nella quale è felicemente radicato, ma cercate anche di risolvere alla radice i problemi generali di povertà, disuguaglianza ed esclusione” (p. 43). Sempre rivolgendosi a questi “seminatori del cambiamento”, papa Bergoglio ha proposto per un esercizio sociale della prossimità “tre grandi compiti che richiedono l’appoggio determinante dell’insieme di tutti i movimenti popolari” (p. 45) e precisamente: “mettere l’economia al servizio dei popoli”, “unire i nostri popoli nel cammino della pace e della giustizia” e “difendere la Madre Terra” (pp. 45-58). Infine, nel terzo discorso, papa Francesco addita “un progetto che mira allo sviluppo umano integrale” (p. 69) e che impegna la “Politica con la maiuscola” (p. 74), per cui “davanti alla tentazione della corruzione, non c’è miglior rimedio dell’austerità” e puntualizza “l’esempio di una vita austera al servizio del prossimo è il modo migliore per promuovere il bene comune e il progetto-ponte delle tre T” (p. 79). Ecco la dimensione sociale della prossimità, per cui la chiesa e la società sono chiamate a essere “samaritane”. In questa ottica, sia il documento programmatico che è la Evangelii gaudium sia la enciclica Laudato si’ costituiscono un innovativo sviluppo della Dottrina sociale delle Chiesa, e in un duplice senso.

Per un verso, l’enciclica di Bergoglio accentua una nuova linea nella Dottrina sociale della Chiesa: mentre dalla “Rerum novarum” di Leone XIII alla “Populorum progressio” di Paolo VI, la Chiesa tendeva a rivolgersi ai governanti: dalla “Octogesima adveniens” dello stesso Paolo VI alla “Sollicitudo rei socialis” di Giovanni Paolo II, dalla “Caritas in veritate” di Benedetto XVI alla “Laudato si’” di papa Francesco tende invece a muovere dal basso e impegna sul piano esistenziale e a livello di vita quotidiana: in questa enciclica 35 volte viene avanzata la richiesta di cambiare stile di vita; le espressioni che vengono utilizzate sono: nuovi stili di vita, nuovi comportamenti, nuove pratiche, cambiamenti dal basso, stile di vita alternativa, nuovi atteggiamenti, nuove abitudini, piccole azioni quotidiane, semplici gesti: la loro importanza è inversamente proporzionale alla loro piccolezza.

Per altro verso, l’enciclica di Bergoglio avvia un terzo filone nella Dottrina sociale della Chiesa, dopo quello inaugurato dalla Rerum novarum e quella promosso dalla Populorum progressio. Il duplice grido -della terra e dei miseri- rivoluziona il pensiero sociale cristiano, aprendolo a quella che papa Francesco chiama la “ecologia integrale”, una ecologia che è integrale, perché è insieme ambientale e sociale, individuale e collettiva, naturale e politica; con tale connotazione l’ecologia si configura come l’orizzonte entro cui va collocato l’umanesimo integrale, rovesciando così l’impostazione tradizionale; non più l’ecologia come un’appendice dell’umanesimo, ma l’umanesimo come conseguente alla ecologia.

Ebbene, questo nuovo quadro è incentrato sul “principio prossimità” in quanto è richiesto che si risponda al “grido della terra e al grido dei poveri” con la consapevolezza che i due gridi non sono separabili: farsi prossimo della natura e farsi prossimo degli ultimi diventa allora il programma di una società che intende abbandonare il paradigma del “potere” a favore del paradigma del “servizio”. Così a una società “maramaldesca” si contrappone una società “samaritana”, alla quale può dare un contributo essenziale anche una chiesa samaritana, cioè “una chiesa come un ospedale da campo, dove si curano innanzi tutto le ferite più gravi. Una Chiesa che riscaldi il cuore delle persone con la vicinanza e la prossimità”. Così papa Francesco nel libro intervista Il nome di Dio è Misericordia (p. 24), dove più avanti (p. 89) precisa che “la misericordia è un elemento importante, anzi indispensabile nei rapporti tra gli uomini, perché vi sia fratellanza”.

     Conclusione

Dopo quanto abbiamo detto, possiamo concludere che la prossimità rappresenta “la voce dell’anima”, in quanto l’anima è tensione verso la pace, e la pace trova nell’esercizio della prossimità la sua traduzione concreta più autentica. Infatti, la pace cui l’anima aspira è armonia, quell’armonia per cui la persona umana si coglie conciliata con se stessa, con gli altri vicini e lontani, con l’alterità naturale, con il totalmente Altro. Pertanto la pace non è una condizione parziale e momentanea, ma è la struttura stessa della persona umana colta nella sua triplice dimensione (indicata da Mounier), cioè la profondità o interiorità, la larghezza o relazionalità e l’altezza o trascendenza; in questa ottica, l’anima costituisce la dignità della persona umana colta nella sua integrità di “spirito incarnato” (Mounier) o di “spirito nella condizione di incarnazione” (Maritain). Dunque -rivendicata come “specificità” dell’uomo, come sua “differenza” rispetto alle altre creature, come sua “eccedenza” rispetto al mondo animale e artificiale, al mondo storico e culturale- l’anima si configura come strutturale relazione contrassegnata dal bisogno di armonia con il tutto, un bisogno di pace, che nell’esercizio della “prossimità” trova la sua piena realizzazione. Infatti, nel “farsi prossimo” l’anima esprime il senso di una pace che non è tanto “pax” quanto “shalom”, cioè non  tanto “patto” quanto “alleanza”, non tanto “concessione” quanto “dono”, non tanto “privilegio” quanto “conquista”; un tale significato -aperto e dinamico, universale e valoriale- della pace può essere sintetizzato nell’idea di “cura”.

In papa Francesco, la prossimità evangelica si configura come “voce dell’anima” in un duplice significato, sia nella sua accezione individuale sia in quella sociale; non solo: insiste anche sul suo carattere straordinario, come nel caso occorso al “buon samaritano”, e sul suo carattere ordinario, quando si concretizza in “piccoli gesti” che pure sono di grande significato, come nel caso della quotidianità familiare. Se non si apre alla prossimità, l’anima corre due rischi: può cadere nella afasia o nella chiacchiera: papa Francesco mette in guardia da entrambi questi pericoli: per un verso, denunciando alcuni mali dell’anima o alcune sue malattie, e, per altro verso, indicando antidoti e medicine per guarirne.

Per cogliere la complessità di questi atteggiamenti, può servire quella che chiamerei la prossimità della mano che articola la prossimità in una serie di comportamenti, che si configurano precisamente come: “tendere la mano (per dire apertura), “dare la mano” (per dire accoglienza), “dare una mano” (per dire aiuto), “stringere la mano” (per dire accordo), “prendere per mano” (per dire accompagnamento), “tenersi per mano” (per dire accettazione) , “accarezzare con la mano” (per dire amore). Questo “eptalogo” può riassumere il senso di un farsi prossimo nella quotidianità, ed è quello feriale il senso più vero dell’autentica prossimità. In questo senso, la prossimità è voce dell’anima, ed è una prossimità che possiamo definire “difficile” (Luigi Alici) o “esigente” (Carlo Mario Mozzanica), ma che è il senso stesso dell’umanità dell’uomo, per cui c’è bisogno di una “cultura dell’umanità” (Serio De Guidi e Andrea Gaino), di una “filosofia della prossimità” (Josep Esquirol) o di una “cultura della prossimità” (papa Francesco).